Humay è una delle protagoniste di un romanzo in persiano del XII secolo, il Darab Name. Il suo nome in farsi significa "aquila". In questo blog si racconta la storia di molte Humay, vissute in periodi diversi, e di colei che forse scrisse il Darab Name.

22 aprile 2010

Intermezzo. Storia di Taherè - 2


Taheré, che prima di allora non era mai uscita da Tarso, arrivata a Massawa si ritrova in un universo nuovo, risonante di cento lingue diverse. Un universo di volti e occhi, soprattutto occhi. Occhi neri persiani e occhi azzurri circassi, occhi di mercante e occhi di camallo, occhi rotondi o socchiusi, morbidi d'oppio o freddi di paura. Decide che vuole imparare a conoscere le storie di quegli occhi. Ne segue le tracce per giorni e giorni, imparando a trasformarle in racconti, per fermarle prima che svaniscano come l'aroma di incenso e caffè che sale dai vicoli, prima di sera.
È talmente presa nella rete di storie di cui si sta impadronendo, che non si accorge della malattia che ha colpito il padre. Fino al giorno in cui, aprendo la porta della sua stanza per salutarlo prima di uscire, come fa ogni mattina, si accorge che il vecchio cantastorie respira a fatica. La sua voce è quasi un rantolo: "Avvicinati figliola, siediti e ascolta. Non potrò parlare a lungo". "Taci, padre, ti prego, non ti sforzare. Vado a cercare un medico". "No, resta qui, il medico non serve più ormai. Bisogna che io ti dica una cosa e tu devi capire e ricordare".
Taherè si siede sul bordo del letto, prende tra le sue una mano del vecchio, fredda e leggera come una foglia d'autunno: "Sono qui, ti ascolto".
"Questa è una storia che non ti ho mai raccontato. Quando incontrai tua madre non sapevo nulla di lei se non che si chiamava Humay e che era di origine egiziana. Io allora mi chiamavo Bahman ed ero, come sono, di origine persiana. Quando poi lei mi lasciò volli cancellare il mio nome ed essere ricordato solo come il padre di Taherè. Perché questo è ciò che diventai, quando tua madre dopo averti partorito non volle nemmeno vederti e se ne andò, scomparendo senza lasciare alcuna traccia. Da quel momento non ebbi più notizie di lei, per dieci anni. Poi un giorno giunse a Tarso un giovane, la nave su cui aveva viaggiato veniva dall'isola di Candia. Mi cercò per consegnarmi un manoscritto e un messaggio da parte di Humay, che diceva: - Ho saputo che il frutto del nostro amore era femmina solo quando ormai era troppo tardi per contrastare il fato che impone ad ogni Humay di abbandonare il proprio figlio. Avessi potuto saperlo prima non ti avrei mai lasciato e forse insieme, e con nostra figlia, avremmo potuto spezzare la catena dell'abbandono. Ma quanto è accaduto era scritto con un inchiostro che non poteva essere cancellato. Non tutto è perduto, però. Consegna a Taherè, ti prego, il messaggio che ho scritto per lei e insegnale ad interpretarlo: se ha ereditato la tua costanza e il mio coraggio, forse riuscirà a spezzare la maledizione che ci opprime - Ecco il messaggio di tua madre, figlia mia, te lo consegno ma non potrò spiegartelo, perché il mio tempo è finito".
Taherè ha avvicinato l'orecchio alla bocca del padre, comprende a stento quella voce che va sparendo: "Va' ora, lasciami solo. Appartengo ad una stirpe di guerrieri, anche se ho vissuto la vita di un cantastorie, e i guerrieri devono morire soli. Vattene subito, ti prego, e ogni volta che ti guarderai ad uno specchio, ricorda che hai il volto di tua madre, bello come la luna piena". Taherè esce dalla stanza, senza voltarsi indietro.
Quando la rivediamo è seduta sul molo della piccola moschea dell'Isola Verde. Ha un rotolo di carte in mano, che ha appena finito di leggere. Poco lontano, un pescatore. La guarda, vorrebbe accostarsi ma gli sembra inavvicinabile.