Humay è una delle protagoniste di un romanzo in persiano del XII secolo, il Darab Name. Il suo nome in farsi significa "aquila". In questo blog si racconta la storia di molte Humay, vissute in periodi diversi, e di colei che forse scrisse il Darab Name.

01 marzo 2010

Storia di Humay Pishdādiān - 1



Quando rimase sola, raccolse gli amuleti e si diresse verso sud, seguendo il ricordo di un racconto. Così arrivò a Massawa, e da lì all' Isola Verde. Ritta sull'antico pontile di legno dove riposavano un tempo i pescatori di perle, seguiva con lo sguardo uno stormo di uccelli. Poco lontano dormiva un pirata. Lo riconobbe, e il primo impulso fu di fuggire. Fu ancora come sentire il tocco rovente di una spada. Aquila cacciata dal cielo, guerriera nella polvere, sposa di re. Fuggire...Perchè fuggire? Il sole è alto, i tamburi tacciono. Il Libro è nella bisaccia. Humay incrocia le braccia, guarda il re dell'Iran che dorme vestito da pirata: "Sono tornata, Bahman, e questa volta vincerò io". 


Mosca, luglio 2009
Teatro Bolshoi, sulle note della Turandot. "All’alba vincerò!" Ma che dice? pensa Humay Pishdādiān, in Russia da due settimane. La storia è diversa . "Sente parole antiche: "Malgrado la bellezza rubacuori, la donna si ergeva coraggiosa in armi. Ogni leone che avanzava in battaglia con lei, cadeva". Chi le racconta? Appartengono al manoscritto che la sua famiglia si tramanda di madre in figlia: riuscirà a trovare qualcuno che la aiuti a leggerlo?
L'estate è afosa, quest’anno. Uscendo da teatro, Humay pensa a Teheran, che ha lasciato da tanti anni ma è sempre presente nella sua vita. La rivoluzione verde è già nelle strade, in Iran, dopo il controverso esito delle elezioni presidenziali, e agli occhi di  Humay che guarda atterrita i notiziari televisivisi, i ragazzi che protestano nelle strade hanno tutti il volto di suo figlio Darab. L'albergo è vicinissimo al teatro, pochi passi ed è già arrivata. Non è questo, comunque, il motivo per cui ha scelto di alloggiare al Metropol, bensì la speranza di ritrovare qualcosa che oggi a Mosca, e nel mondo, non c'è più: il gusto e la cortesia, la bellezza fatta per durare e non per abbagliare. E, soprattutto, il silenzio, un riposante silenzio. Non  disturbare la tranquillità degli ospiti è sempre stato un imperativo categorico per il personale dell'albergo. Negli "anni d'argento", negli anni dei Soviet, negli anni della II Guerra Mondiale, tutto poteva accadere e tutto accadde, dentro e intorno al Metropol, ma nulla riuscì mai a turbarne la quiete. 
Humay supera velocemente l'ingresso, senza accorgersi che una anziana donna, seduta su una poltroncina d'angolo, la osserva con attenzione. Il suo sguardo la segue mentre si avvicina alla reception, e si ferma poi a sfogliare la posta ricevuta. Quando sta per dirigersi verso l'ascensore, la donna fa un cenno ad un commesso che raggiunge la giovane iraniana e  le sussurra:"Gazpaža Tamara Ivanova desidera parlarle, Madam". Sorpresa, Humay ritorna sui suoi passi e quando le è vicina Tamara le prende una mano mormorando: “Tu mi stai cercando” “Si”, risponde Humay, e non sa perché risponde così. Guarda gli occhi della vecchia ma non riesce a definirne il colore. Sono occhi che ha già visto. Al bazar di Massawa, dalle parti di Smirne, a Creta. In altre vite che affiorano alla memoria. Perché?
Atene, sei mesi prima.
Humay Pishdādiān ha dovuto interrompere all’improvviso il concerto jazz che stava dando al Club Francese. È successo questo. L’orchestra ha appena preso il volo e Humay, la cantante, sta per lanciarsi nella scia della tromba. Si alza, inaspettata, la voce del contrabbasso che Humay sente come la voce dolente di un antico cantore. Ascolta parole che non ha mai sentito ma sa di conoscere: Una sera, mentre sedeva con il cuore  triste,  la nutrice si avvicinò a Humay e le chiese: “ Perché il tuo cuore è appesantito dalla tristezza?” Ella rispose:"Ciò che mi rende triste è qualcosa che un re non può confidare a nessuno”. La balia insistette: ” Se ne parli con me, forse posso trovare un rimedio”. 
Sarebbe meglio non fumare certe sigarette prima di un concerto, pensa Humay. E cerca di proseguire ma viene fermata dalla voce della batteria, aspra e furiosa:“Se tu sei mia madre dimmi chi è mio padre, affinche’ io lo sappia. E spiegami, se puoi, perché mi hai abbandonato”.
“Questa è la voce di Dariush, come è possibile?”, pensa Humay che prima del concerto ha ricevuto una telefonata del figlio da Teheran. 
Dariush ha vent’anni ed è pieno di odio ma non ha ancora avuto il coraggio di odiare sua madre. Odia il Paese in cui vive – dice – odia chi limita la sua libertà – dice. Odia la lavanderia gestita dagli zii che lo hanno allevato. È così facile odiare Teheran e l'Iran sei hai 18 anni e non hai conosciuto la rivoluzione e la guerra. Se le uniche immagini di violenza che hai negli occhi sono le punizioni che il governo islamico infligge a ladri, drogati e adultere. Se non hai la minima idea di cosa significhi sapere il Paese soffocato da un despota imbelle e morire per liberarlo, riuscirci e cominciare a ricostruire, appena in tempo per vedersi scagliare addosso una guerra lunga nove anni. È stata messa a punto una procedura ben collaudata per fare morire le rivoluzioni, ma tu non c'eri, allora. Non sai. Quindi puoi scendere in strada a morire perché altri, e non quelli di oggi, abbiano la libertà di decidere per te. E Dariush scende in strada, sapendo che potrebbe anche morire, è successo ieri a una sua compagna di studi. Crede quindi sia il momento di ricordare a sua madre che lui esiste e le telefona a Parigi: "Sono Dariush".
"Dariush, jonam! Vita mia, come stai?" "Non ti riguarda. Ti ho telefonato solo per dirti che forse domani ti libererò definitivamente di me!” “Cosa vuol dire? Dariush, parla!” Ma il ragazzo pronuncia solo una parola, la pronuncia come se fosse uno schiaffo, uno sputo: “Madre!" 
Di nuovo a Mosca. 
È una di quelle notti estive in cui tutti escono a inebriarsi di luci e folla. L’albergo, quindi, appare deserto e vediamo solo le due donne, sedute nel salottino di fronte alla reception. Humay si perde e si trova nello sguardo della sua interlocutrice. Continua il suo racconto:“Dopo quella telefonata non ho più avuto notizie di mio figlio. Ho cercato di parlare al telefono con mia sorella, due o tre volte, senza trovarla mai. L’ultima volta suo marito è stato molto duro e mi ha detto di lasciarli in pace, di pensare a godermi la mia libertà”.Il racconto si interrompe per un attimo. Si capisce che Humay vorrebbe liberare il singhiozzo che le chiude la gola, ma si riprende e continua:"Io non avrei mai abbandonato mio figlio se suo padre non mi avesse lasciato per andare a morire. Eravamo appena sposati, io ero molto giovane" "Lo so - la interrompe l'anziana donna, che a Mosca si chiama Tamara Ivanovna, iranista - so cosa è successo. Ascolta"
Tamara ha con sé una grande borsa, informe, da cui estrae un pacco di fotocopie. Le sfoglia, comincia a leggere:"Bahman tornò a sedersi sul proprio trono e trascorse con Humay un certo tempo in gioia e allegria. Un giorno egli era assiso in trono, quando d’improvviso dai confini del regno scesero degli uomini a chiedere giustizia:“Sulla montagna è apparso un drago che ha sterminato tutte le nostre bestie da soma e c’è da temere che distrugga il regno. Bahman dichiarò: “Vado io a estinguere il suo male”.
Gonfio di presunzione, cavalcò da solo finché arrivò a quella montagna. D’un tratto il drago ne uscì, spalancò la bocca e soffiò il fuoco nella pianura, sicché Bahman ebbe mani e piedi paralizzati. Egli volle tentare la fuga, ma il drago avanzò, lo aspirò d’un fiato, ed egli scomparve nella sua bocca. Piombò sul mondo la notizia che il drago aveva divorato Bahman.
Il prode Rashnavod, che era il padrino di Humay, sciolta la lingua dichiarò: "Mettete sul trono Humay, che è la più degna, nonché di stirpe regale." A queste parole assentirono tutti. Tutti i nobili e i magnati baciarono la terra davanti a lei, e proclamarono Humay regina. Ella prese ad amministrare la giustizia, rese il mondo sicuro e da quel momento le carovane si rimisero in cammino; abbatté tasse e dazi; per la sua e equità e giustizia il lupo cominciò a bere l’acqua con l’agnello, i colombi volarono con i falchi reali e i daini andarono al pascolo insieme con le pantere.
Una sera, mentre sedeva con il cuore triste, la nutrice le si avvicinò e le chiese: “ Perché il tuo cuore è appesantito dalla tristezza?” e Humay rispose :”Ciò che mi rende triste è qualcosa di cui un re non può parlare con nessuno”. Ma la balia insistette:”Se ne parli con me, forse posso esaminare il problema e trovare un rimedio” Humay raccontò:”Il mio signore mi ha inflitto una pena che ha lasciato il segno e di questo segreto nessuno è a conoscenza, eccetto Dio:da un mese non ho visto quei famosi giorni e ora temo che il frutto sia nato . Come può una donna senza marito, con vergogna e  aura, caricarsi di un figlio? Non solo: se sarà maschio c’è il rischio che mi rubi il trono e la corona mi privi dell’autorità regale"
Quando la voce di Tamara si spegne Humay, che l'ha ascoltata ad occhi chiusi, si riscuote e si guarda intorno smarrita, quasi fatica a ricordare dove si trova. Si guarda intorno, poi guarda l'ora: mezzanotte è passata, l'atrio dell'albergo è più movimentato ora. Gli ospiti che erano a cena sono rientrati e si attardano tra i salottini e il bar. Solo intorno all'angolo dove siedono le due donne sembra essersi creata una bolla di silenzio. Avvicina il volto a quello di Tamara Ivanovna:"Da dove vengono queste parole?" le chiede a voce bassissima, quasi impercettibile "Le ho già udite due, molto tempo fa, non ricordo dove".
"Sono parole che vengono da molto lontano, queste, lontano nel tempo e nello spazio. Sono parole di una storia cominciata quando ancora non esistevano le storie. Parole che un cantastorie ha portato di paese in paese, che sua figlia ha raccolto in un libro, sopravissuto ai tatari e ai crociati. E' la storia di tutte le Humay, di tutte le aquile che non possono rinunciare al volo e sono quindi costrette ad abbandonare il nido, con tutta la sofferenza che questo comporta." 
Così parla Tamara, e continua:“Sappi che non sei sola: in questo momento ci sono due Humay in questa parte di mondo, che è poi l’unica parte del mondo in cui può esistere una Humay. La tua aquila sorella vive a Massawa, in Eritrea, ed è arrivato il momento di conoscervi…”

5 commenti:

fantasma ha detto...

grazie mille!!!
ti ho votata anchio!!

hai uno stile diretto e conciso!!
e questi approfondimenti vanno benone! :)

fantasma ha detto...

PS:
perchè hai deciso di non partecipare più alla competizione?

se è colpa dei 420 caratteri ti do completamente ragione!!! :)

temrusyyeh ha detto...

Ho deciso di non partecipare piu' perche' dal 22 febbraio per "problemi tecnici" di chi gestisce il concorso non ho piu' potuto pubblicare nulla e questo proprio non mi e' piaciuto. Quanto meno indica approssimazione e scarsa professionalita'. Pero' il tutto e' stato positivo perche' per superare la frustrazione della scrittura impedita ho imparato a farmi un blog!

fantasma ha detto...

capito!! mi dispiace!!

anchio mi sono ricreduto sul blog.. all'inizio l'ho provato per cercare di fare 2 soldini con le pubblicità di google (invano :DDD)

adesso credo che il blog sia un ottimo spazio di scrittura!! pensa a un libro game o un giallo (con i vari indizi)! il blog sarebbe perfetto per svilupparne uno

temrusyyeh ha detto...

Certo, e' un'ottima versione contemporanea dell'antico cantastoria che girava di paese in paese e ad ogni tappa arricchiva o modificava il suo repertorio