Humay è una delle protagoniste di un romanzo in persiano del XII secolo, il Darab Name. Il suo nome in farsi significa "aquila". In questo blog si racconta la storia di molte Humay, vissute in periodi diversi, e di colei che forse scrisse il Darab Name.

17 marzo 2010

Storia di Humay Bahrnegassì - 1



Dopo il ponte si arriverà in vista di Massawa.
Humay e Bahman camminano lentamente, con il passo misurato di chi è abituato a percorrere lunghe distanze a piedi. Dall'abbigliamento sono riconoscibili come appartenenti al Fronte Popolare di Liberazione: divisa stracciata, kefia e sandali di gomma, i mitici kongo.
Siamo in febbraio, il sole tramonterà a momenti e subito dopo la notte arriverà improvvisa come sempre. I due non sembrano darsi pensiero del buio imminente. Parlano. Anzi, discutono. Il tono di lei è teso, in certi momenti quasi urla. Lui cerca di rispondere tranquillamente ma si avverte nella sua voce una incrinatura che lascerà presto spazio al nervosismo.
Siamo nel 1978, in gennaio. È piovuto da poco, non abbastanza per riempire il letto dei torrenti ma quanto basta per fare fiorire il bassopiano.
Humay si ferma e si siede sul ciglio della strada. I due restano per un poco in silenzio, Bahman si accende una sigaretta. Si guarda intorno, poi si rivolge a Humay, con l'intonazione paziente di un adulto che parla ad una ragazzina capricciosa.
"Guarda che se ci fermiamo non riusciremo ad arrivare a Massawa prima di notte".
"Che importa! Dormiremo all'aperto. O hai paura?"
"Lo sai che non e' così".
"Non so più niente di te, ormai!"
"Ascolta, Humay: non possiamo parlarne tranquillamente? Sembra che tu voglia litigare".
"Sembra? Voglio litigare! E credo di averne tutto il diritto, visto e considerato che mi hai appena detto che te ne vuoi andare, che vuoi lasciare sia me che il tuo incarico per tornare in Iran. E che è quindi abbastanza probabile che noi non ci si riveda più. Secondo te non c'è motivo per litigare?"
"No, secondo me no. Potresti ascoltare quello che sto cercando di dirti da due ore, senza interrompermi e senza alzare la voce come stai continuamente facendo".
"Io so solo che te ne vuoi andare", senza guardare Bahman.
Il sole intanto è tramontato. Il cielo si tinge di viola, per un attimo, prima del buio. L'aria profuma di erba, non accade spesso da queste parti.
Arrivano due dromedari e si fermano accanto ai due giovani, brucando con calma un'acacia.
Bahman si siede accanto a Humay: "Ascoltami. Abbiamo affrontato tante difficoltà insieme, in questi tre anni. Non gettiamo tutto, proviamo a risolvere insieme anche questo problema".
Humay non risponde. Dopo qualche minuto i due giovani si azano e riprendono a camminare. Non parlano ma si sono presi per mano.

Diciamo qualcosa di loro.
Humay Bahrnegassì appartiene ad una antica famiglia eritrea di origine egiziana. Ha lasciato l'Università per combattere con il Fronte per la liberazione del suo Paese.
Bahman Achamaneshī è iraniano e la sua famiglia è così antica, dicono, che era già decaduta al tempo in cui Alessandro conquistò Persepolis. È in Eritrea da tre anni. Arrivato seguendo storie di persiani sulla costa dancala, ha incontrato la guerra di liberazione e Humay. 
Possiamo vederli come due schegge di storia antica ma loro si vedono come due mattoni nella costruzione di una storia nuova  per i propri paesi.

Camminano, dicevamo. Si fermano sentendo arrivare un camion. È un camion militare che viaggia a luci spente a causa del coprifuoco. Ma la notte è luminosa e i guerriglieri al buio si muovono meglio, come le pantere.
Il camion si ferma accanto a loro e il guidatore fa cenno di salire. Questa è l'Eritrea: prima ti aiutano e poi ti chiedono chi sei.
Humay e Bahman si siedono dietro, tra sacchi di farina e bidoni di carburante. Hanno detto che sono diretti a Massawa, hanno scambiato sigarette per due bicchieri di succo di zeitun e ora, seduti vicini, sembrano avere dimenticato la discussione di poco prima. Annusano il profumo di Massawa che si avvicina e ognuno decide dentro di sé che non si può essere in disaccordo in una notte così, ne riparleranno domani.
Arrivati a Taulud, una delle isole che formano la città di Massawa, decidono di non andare a dormire. Si fanno lasciare all'imboccatura del ponte degli Italiani.







2 commenti:

Anonimo ha detto...

Complimenti vivissimi!!! Capita raramente di leggere qualcosa di bello ed interessante a proposito dell'Eritrea. Continuate così!!!
Molto cordialmente.
Walter Castaldo

temrusyyeh ha detto...

Grazie Walter. Io amo tantissimo l'Eritrea e l'Iran e la Storia di humay vuole essere un omaggio a questi due Paesi
Continua a leggermi, spero di continuare a piacerti
temrusyyeh