Humay è una delle protagoniste di un romanzo in persiano del XII secolo, il Darab Name. Il suo nome in farsi significa "aquila". In questo blog si racconta la storia di molte Humay, vissute in periodi diversi, e di colei che forse scrisse il Darab Name.

29 marzo 2010

Storia di Humay Bahrnegassì - 2

Storia di Humay Bahrnegassì - 2
Andando oltre il ponte che congiunge Taulud all'isola di Massawa, Humay e Bahman si dirigono verso destra. Superano l'edificio ormai abbandonato del vecchio Lido e si fermano sul molo vicino al cinema all'aperto, che è in disuso da anni. Sarebbe bello sedersi ad un tavolino nella piazzetta e mangiare i gamberoni fritti di Tedros, come una volta, prima del coprifuoco. Anche la guerra ha una sua allegria, quando si è giovani e si può dividere una lattina di birra e una sigaretta con i piedi a penzoloni sull'acqua. Basterebbe solo il suono dei tamburi, che non ha paura del buio.
Il fatto  è che Humay e Bahman non riescono ad essere allegri.
La mattina, partendo da Asmara, Bahman ha comunicato a Humay la sua decisione di ritornare in Iran. Non tra un anno o tra un mese o tra una settimana. Quella notte stessa. Un sambuco lo avrebbe portato fino alle coste dello Yemen e da lì avrebbe raggiunto in qualche modo Bandar-e Abbas e poi Teheran.
"Quando sono arrivato qui ero libero, pensavo solo alle antiche storie delle migrazioni di persiani  verso  la terra degli Habeshà - le aveva detto - Cercando le loro tracce ho imparato ad amare questo Paese. Poi ti ho conosciuto, ho amato te e la tua rivoluzione, la vostra rivoluzione, ho combattuto con voi. Adesso devo andare a combattere per la mia gente". Qualche giorno prima era arrivata in Eritrea la notizia delle proteste contro il regime dello Shah, esplose a Teheran e in altre città dell'Iran.
In un primo momento Humay non ha detto nulla. Poi, lungo il cammino, ha lasciato che dentro di lei si facesse largo la rabbia, augurandosi quasi che potesse aiutarla a trasformare in odio tutto l'amore e il dolore che provava. Strada facendo, è quasi arrivata a convincersi che Bahman sia uguale a tutti gli altri, e che la stia abbandonando come tutto il mondo aveva abbandonato l'Eritrea. Ha ripetuto a sé stessa che lei, Humay, e il suo Paese non avevano bisogno di nessuno, ce l'avrebbero fatta da soli.
Ora che sono seduti vicini sul molo, Humay sa che la solitudine la colpirà come una coltellata. 
Ha venticinque anni. Sul suo volto ovale, sulla fronte ampia, si leggono radici antiche, egizie o sabee, in qualche modo regali. Non pensa nemmeno per un istante che potrebbe chiedere a Bahman di portarla con sé. 
Uno sciabordio annuncia l'arrivo del sambuco, si sentono le voci sommesse dell'equipaggio. L'imbarco avviene velocemente. Così velocemente che Humay non ricorda nemmeno se lei e Bahman si sono salutati, se si sono scambiati un ultimo bacio.
"Al diavolo", pensa. Raccoglie le sue cose e fa per andarsene, poi si ferma, si gira ancora un volta verso il mare nero della notte che ha inghiottito il sambuco, e grida al nulla: "Sono incinta di te, Bahman, e tu non vedrai mai tuo figlio!"
Se ne va definitivamenre. 
In settembre arrivò a Keren, dove Humay era stata nominata responsabile di zona, la notizia che Bahman - insieme ad altri 430 iraniani - era morto nell'incendio del cinema Rex di Abadan, organizzato dalla Savak, la  polizia segreta dello Shah. 
In ottobre nacque il figlio di Humay. Fu chiamato Darab e non conobbe sua madre fino all'età di quindici anni.
Lui non sa, come non sanno sua madre e Humay Pishdādiān e suo figlio Dariush, che stanno vivendo la maledizione che colpisce tutte le Humay. 
Eppure è tutto scritto nel libro di Taherè.










17 marzo 2010

Storia di Humay Bahrnegassì - 1



Dopo il ponte si arriverà in vista di Massawa.
Humay e Bahman camminano lentamente, con il passo misurato di chi è abituato a percorrere lunghe distanze a piedi. Dall'abbigliamento sono riconoscibili come appartenenti al Fronte Popolare di Liberazione: divisa stracciata, kefia e sandali di gomma, i mitici kongo.
Siamo in febbraio, il sole tramonterà a momenti e subito dopo la notte arriverà improvvisa come sempre. I due non sembrano darsi pensiero del buio imminente. Parlano. Anzi, discutono. Il tono di lei è teso, in certi momenti quasi urla. Lui cerca di rispondere tranquillamente ma si avverte nella sua voce una incrinatura che lascerà presto spazio al nervosismo.
Siamo nel 1978, in gennaio. È piovuto da poco, non abbastanza per riempire il letto dei torrenti ma quanto basta per fare fiorire il bassopiano.
Humay si ferma e si siede sul ciglio della strada. I due restano per un poco in silenzio, Bahman si accende una sigaretta. Si guarda intorno, poi si rivolge a Humay, con l'intonazione paziente di un adulto che parla ad una ragazzina capricciosa.
"Guarda che se ci fermiamo non riusciremo ad arrivare a Massawa prima di notte".
"Che importa! Dormiremo all'aperto. O hai paura?"
"Lo sai che non e' così".
"Non so più niente di te, ormai!"
"Ascolta, Humay: non possiamo parlarne tranquillamente? Sembra che tu voglia litigare".
"Sembra? Voglio litigare! E credo di averne tutto il diritto, visto e considerato che mi hai appena detto che te ne vuoi andare, che vuoi lasciare sia me che il tuo incarico per tornare in Iran. E che è quindi abbastanza probabile che noi non ci si riveda più. Secondo te non c'è motivo per litigare?"
"No, secondo me no. Potresti ascoltare quello che sto cercando di dirti da due ore, senza interrompermi e senza alzare la voce come stai continuamente facendo".
"Io so solo che te ne vuoi andare", senza guardare Bahman.
Il sole intanto è tramontato. Il cielo si tinge di viola, per un attimo, prima del buio. L'aria profuma di erba, non accade spesso da queste parti.
Arrivano due dromedari e si fermano accanto ai due giovani, brucando con calma un'acacia.
Bahman si siede accanto a Humay: "Ascoltami. Abbiamo affrontato tante difficoltà insieme, in questi tre anni. Non gettiamo tutto, proviamo a risolvere insieme anche questo problema".
Humay non risponde. Dopo qualche minuto i due giovani si azano e riprendono a camminare. Non parlano ma si sono presi per mano.

Diciamo qualcosa di loro.
Humay Bahrnegassì appartiene ad una antica famiglia eritrea di origine egiziana. Ha lasciato l'Università per combattere con il Fronte per la liberazione del suo Paese.
Bahman Achamaneshī è iraniano e la sua famiglia è così antica, dicono, che era già decaduta al tempo in cui Alessandro conquistò Persepolis. È in Eritrea da tre anni. Arrivato seguendo storie di persiani sulla costa dancala, ha incontrato la guerra di liberazione e Humay. 
Possiamo vederli come due schegge di storia antica ma loro si vedono come due mattoni nella costruzione di una storia nuova  per i propri paesi.

Camminano, dicevamo. Si fermano sentendo arrivare un camion. È un camion militare che viaggia a luci spente a causa del coprifuoco. Ma la notte è luminosa e i guerriglieri al buio si muovono meglio, come le pantere.
Il camion si ferma accanto a loro e il guidatore fa cenno di salire. Questa è l'Eritrea: prima ti aiutano e poi ti chiedono chi sei.
Humay e Bahman si siedono dietro, tra sacchi di farina e bidoni di carburante. Hanno detto che sono diretti a Massawa, hanno scambiato sigarette per due bicchieri di succo di zeitun e ora, seduti vicini, sembrano avere dimenticato la discussione di poco prima. Annusano il profumo di Massawa che si avvicina e ognuno decide dentro di sé che non si può essere in disaccordo in una notte così, ne riparleranno domani.
Arrivati a Taulud, una delle isole che formano la città di Massawa, decidono di non andare a dormire. Si fanno lasciare all'imboccatura del ponte degli Italiani.







01 marzo 2010

Storia di Humay Pishdādiān - 1



Quando rimase sola, raccolse gli amuleti e si diresse verso sud, seguendo il ricordo di un racconto. Così arrivò a Massawa, e da lì all' Isola Verde. Ritta sull'antico pontile di legno dove riposavano un tempo i pescatori di perle, seguiva con lo sguardo uno stormo di uccelli. Poco lontano dormiva un pirata. Lo riconobbe, e il primo impulso fu di fuggire. Fu ancora come sentire il tocco rovente di una spada. Aquila cacciata dal cielo, guerriera nella polvere, sposa di re. Fuggire...Perchè fuggire? Il sole è alto, i tamburi tacciono. Il Libro è nella bisaccia. Humay incrocia le braccia, guarda il re dell'Iran che dorme vestito da pirata: "Sono tornata, Bahman, e questa volta vincerò io". 


Mosca, luglio 2009
Teatro Bolshoi, sulle note della Turandot. "All’alba vincerò!" Ma che dice? pensa Humay Pishdādiān, in Russia da due settimane. La storia è diversa . "Sente parole antiche: "Malgrado la bellezza rubacuori, la donna si ergeva coraggiosa in armi. Ogni leone che avanzava in battaglia con lei, cadeva". Chi le racconta? Appartengono al manoscritto che la sua famiglia si tramanda di madre in figlia: riuscirà a trovare qualcuno che la aiuti a leggerlo?
L'estate è afosa, quest’anno. Uscendo da teatro, Humay pensa a Teheran, che ha lasciato da tanti anni ma è sempre presente nella sua vita. La rivoluzione verde è già nelle strade, in Iran, dopo il controverso esito delle elezioni presidenziali, e agli occhi di  Humay che guarda atterrita i notiziari televisivisi, i ragazzi che protestano nelle strade hanno tutti il volto di suo figlio Darab. L'albergo è vicinissimo al teatro, pochi passi ed è già arrivata. Non è questo, comunque, il motivo per cui ha scelto di alloggiare al Metropol, bensì la speranza di ritrovare qualcosa che oggi a Mosca, e nel mondo, non c'è più: il gusto e la cortesia, la bellezza fatta per durare e non per abbagliare. E, soprattutto, il silenzio, un riposante silenzio. Non  disturbare la tranquillità degli ospiti è sempre stato un imperativo categorico per il personale dell'albergo. Negli "anni d'argento", negli anni dei Soviet, negli anni della II Guerra Mondiale, tutto poteva accadere e tutto accadde, dentro e intorno al Metropol, ma nulla riuscì mai a turbarne la quiete. 
Humay supera velocemente l'ingresso, senza accorgersi che una anziana donna, seduta su una poltroncina d'angolo, la osserva con attenzione. Il suo sguardo la segue mentre si avvicina alla reception, e si ferma poi a sfogliare la posta ricevuta. Quando sta per dirigersi verso l'ascensore, la donna fa un cenno ad un commesso che raggiunge la giovane iraniana e  le sussurra:"Gazpaža Tamara Ivanova desidera parlarle, Madam". Sorpresa, Humay ritorna sui suoi passi e quando le è vicina Tamara le prende una mano mormorando: “Tu mi stai cercando” “Si”, risponde Humay, e non sa perché risponde così. Guarda gli occhi della vecchia ma non riesce a definirne il colore. Sono occhi che ha già visto. Al bazar di Massawa, dalle parti di Smirne, a Creta. In altre vite che affiorano alla memoria. Perché?
Atene, sei mesi prima.
Humay Pishdādiān ha dovuto interrompere all’improvviso il concerto jazz che stava dando al Club Francese. È successo questo. L’orchestra ha appena preso il volo e Humay, la cantante, sta per lanciarsi nella scia della tromba. Si alza, inaspettata, la voce del contrabbasso che Humay sente come la voce dolente di un antico cantore. Ascolta parole che non ha mai sentito ma sa di conoscere: Una sera, mentre sedeva con il cuore  triste,  la nutrice si avvicinò a Humay e le chiese: “ Perché il tuo cuore è appesantito dalla tristezza?” Ella rispose:"Ciò che mi rende triste è qualcosa che un re non può confidare a nessuno”. La balia insistette: ” Se ne parli con me, forse posso trovare un rimedio”. 
Sarebbe meglio non fumare certe sigarette prima di un concerto, pensa Humay. E cerca di proseguire ma viene fermata dalla voce della batteria, aspra e furiosa:“Se tu sei mia madre dimmi chi è mio padre, affinche’ io lo sappia. E spiegami, se puoi, perché mi hai abbandonato”.
“Questa è la voce di Dariush, come è possibile?”, pensa Humay che prima del concerto ha ricevuto una telefonata del figlio da Teheran. 
Dariush ha vent’anni ed è pieno di odio ma non ha ancora avuto il coraggio di odiare sua madre. Odia il Paese in cui vive – dice – odia chi limita la sua libertà – dice. Odia la lavanderia gestita dagli zii che lo hanno allevato. È così facile odiare Teheran e l'Iran sei hai 18 anni e non hai conosciuto la rivoluzione e la guerra. Se le uniche immagini di violenza che hai negli occhi sono le punizioni che il governo islamico infligge a ladri, drogati e adultere. Se non hai la minima idea di cosa significhi sapere il Paese soffocato da un despota imbelle e morire per liberarlo, riuscirci e cominciare a ricostruire, appena in tempo per vedersi scagliare addosso una guerra lunga nove anni. È stata messa a punto una procedura ben collaudata per fare morire le rivoluzioni, ma tu non c'eri, allora. Non sai. Quindi puoi scendere in strada a morire perché altri, e non quelli di oggi, abbiano la libertà di decidere per te. E Dariush scende in strada, sapendo che potrebbe anche morire, è successo ieri a una sua compagna di studi. Crede quindi sia il momento di ricordare a sua madre che lui esiste e le telefona a Parigi: "Sono Dariush".
"Dariush, jonam! Vita mia, come stai?" "Non ti riguarda. Ti ho telefonato solo per dirti che forse domani ti libererò definitivamente di me!” “Cosa vuol dire? Dariush, parla!” Ma il ragazzo pronuncia solo una parola, la pronuncia come se fosse uno schiaffo, uno sputo: “Madre!" 
Di nuovo a Mosca. 
È una di quelle notti estive in cui tutti escono a inebriarsi di luci e folla. L’albergo, quindi, appare deserto e vediamo solo le due donne, sedute nel salottino di fronte alla reception. Humay si perde e si trova nello sguardo della sua interlocutrice. Continua il suo racconto:“Dopo quella telefonata non ho più avuto notizie di mio figlio. Ho cercato di parlare al telefono con mia sorella, due o tre volte, senza trovarla mai. L’ultima volta suo marito è stato molto duro e mi ha detto di lasciarli in pace, di pensare a godermi la mia libertà”.Il racconto si interrompe per un attimo. Si capisce che Humay vorrebbe liberare il singhiozzo che le chiude la gola, ma si riprende e continua:"Io non avrei mai abbandonato mio figlio se suo padre non mi avesse lasciato per andare a morire. Eravamo appena sposati, io ero molto giovane" "Lo so - la interrompe l'anziana donna, che a Mosca si chiama Tamara Ivanovna, iranista - so cosa è successo. Ascolta"
Tamara ha con sé una grande borsa, informe, da cui estrae un pacco di fotocopie. Le sfoglia, comincia a leggere:"Bahman tornò a sedersi sul proprio trono e trascorse con Humay un certo tempo in gioia e allegria. Un giorno egli era assiso in trono, quando d’improvviso dai confini del regno scesero degli uomini a chiedere giustizia:“Sulla montagna è apparso un drago che ha sterminato tutte le nostre bestie da soma e c’è da temere che distrugga il regno. Bahman dichiarò: “Vado io a estinguere il suo male”.
Gonfio di presunzione, cavalcò da solo finché arrivò a quella montagna. D’un tratto il drago ne uscì, spalancò la bocca e soffiò il fuoco nella pianura, sicché Bahman ebbe mani e piedi paralizzati. Egli volle tentare la fuga, ma il drago avanzò, lo aspirò d’un fiato, ed egli scomparve nella sua bocca. Piombò sul mondo la notizia che il drago aveva divorato Bahman.
Il prode Rashnavod, che era il padrino di Humay, sciolta la lingua dichiarò: "Mettete sul trono Humay, che è la più degna, nonché di stirpe regale." A queste parole assentirono tutti. Tutti i nobili e i magnati baciarono la terra davanti a lei, e proclamarono Humay regina. Ella prese ad amministrare la giustizia, rese il mondo sicuro e da quel momento le carovane si rimisero in cammino; abbatté tasse e dazi; per la sua e equità e giustizia il lupo cominciò a bere l’acqua con l’agnello, i colombi volarono con i falchi reali e i daini andarono al pascolo insieme con le pantere.
Una sera, mentre sedeva con il cuore triste, la nutrice le si avvicinò e le chiese: “ Perché il tuo cuore è appesantito dalla tristezza?” e Humay rispose :”Ciò che mi rende triste è qualcosa di cui un re non può parlare con nessuno”. Ma la balia insistette:”Se ne parli con me, forse posso esaminare il problema e trovare un rimedio” Humay raccontò:”Il mio signore mi ha inflitto una pena che ha lasciato il segno e di questo segreto nessuno è a conoscenza, eccetto Dio:da un mese non ho visto quei famosi giorni e ora temo che il frutto sia nato . Come può una donna senza marito, con vergogna e  aura, caricarsi di un figlio? Non solo: se sarà maschio c’è il rischio che mi rubi il trono e la corona mi privi dell’autorità regale"
Quando la voce di Tamara si spegne Humay, che l'ha ascoltata ad occhi chiusi, si riscuote e si guarda intorno smarrita, quasi fatica a ricordare dove si trova. Si guarda intorno, poi guarda l'ora: mezzanotte è passata, l'atrio dell'albergo è più movimentato ora. Gli ospiti che erano a cena sono rientrati e si attardano tra i salottini e il bar. Solo intorno all'angolo dove siedono le due donne sembra essersi creata una bolla di silenzio. Avvicina il volto a quello di Tamara Ivanovna:"Da dove vengono queste parole?" le chiede a voce bassissima, quasi impercettibile "Le ho già udite due, molto tempo fa, non ricordo dove".
"Sono parole che vengono da molto lontano, queste, lontano nel tempo e nello spazio. Sono parole di una storia cominciata quando ancora non esistevano le storie. Parole che un cantastorie ha portato di paese in paese, che sua figlia ha raccolto in un libro, sopravissuto ai tatari e ai crociati. E' la storia di tutte le Humay, di tutte le aquile che non possono rinunciare al volo e sono quindi costrette ad abbandonare il nido, con tutta la sofferenza che questo comporta." 
Così parla Tamara, e continua:“Sappi che non sei sola: in questo momento ci sono due Humay in questa parte di mondo, che è poi l’unica parte del mondo in cui può esistere una Humay. La tua aquila sorella vive a Massawa, in Eritrea, ed è arrivato il momento di conoscervi…”