Humay è una delle protagoniste di un romanzo in persiano del XII secolo, il Darab Name. Il suo nome in farsi significa "aquila". In questo blog si racconta la storia di molte Humay, vissute in periodi diversi, e di colei che forse scrisse il Darab Name.

05 maggio 2010

Intermezzo. Storia di Taherè - 3

Il pescatore, che non si chiama Dario o Darab ma semplicemente Tedros, perchè così vuole la storia, decide di avvicinarsi a quella fanciulla immobile. Tra il serio e l'ironico si esibisce in un profondo inchino e le dice allegramente:"Signora, io ho fame. Mi sembra di non aver mangiato da quando sono nato o giù di lì. Che ne dici se uniamo le nostre forze e ci procuriamo qualcosa da mettere sotto i denti?" Per un attimo Taherè lo guarda senza capire, il suo pensiero è ancora con il padre, che non vedrà più, e con la madre che non ha mai visto. Ma Taherè, anche se ancora non lo sa, non è la protagonista di una storia: lei è, anzi diventerà una tessitrice di storie e sta già imparando che le storie sono ovunque. Anche nelle smorfie di un buffo pescatore dagli occhi neri. Per cui tende la mano a Tedros e insieme se ne vanno per l'isola, tra la folta vegetazione di mangrovie e la sabbia corallina, che il sole colora di rosso e d'oro. Raccolgono piccoli legni, per accendere il fuoco, e un ramo, alla cui estremità legano una cordicella; siedono vicini sul molo fino a che abbocca una preda. Alle loro spalle il piccolo sacrario dedicato a Shaik Seyyed, dove i pescatori di perle trovano riparo nelle ore calde del giorno.
Tedros è esperto, il fuoco è pronto in un attimo e come per magia appare anche una fiasca d'acqua. Sono talmente lontani da ogni parte del mondo, che a Taherè sembra naturale, dopo avere mangiato, prendere il manoscritto e mostrarlo a Tedros. Lui non le ha chiesto nulla, fino a quel momento, nemmeno il nome. Si è limitato a guardarla di sottecchi e a sorridere felice nel vederla sorridere.
"Io mi chiamo Taherè  e ho un problema".
"Benvenuta nell'Isola Verde. Io mi chiamo Tedros, almeno credo, perché tutti mi chiamano così. Qual è il tuo problema?"
"Questo - gli mostra il manoscritto - devo leggerlo, so che devo farlo, ma ho paura".
"Anch'io avrei paura a dovere leggere tutte quelle parole!"
"Non volevo dire questo: a me piace leggere, mio padre mi ha sempre dato tantissimi libri. Leggere mi piace tanto quanto mi piaceva ascoltare le storie che lui raccontava".
"Perché dici così, è morto?"
"Si, ed è proprio questo il problema: prima di morire mi ha consegnato questo manoscritto che è una specie di lunga lettera scritta per me da mia madre. Io non l'ho mai conosciuta, sai? Si chiamava Humay, se n'è andata due giorni dopo la mia nascita e io ora ho paura di leggere quello che ha scritto". 
Come sempre accade in questa parte del mondo, il sole è tramontato all'improvviso. La luna non è ancora sorta, per cui Tedros non può leggere nulla sul volto di Taherè. Ha sempre dovuto affrontare problemi molto diversi, lui, le parole di lei gli fanno intravvedere mondi e vite che non riesce nemmeno ad immaginare e sul momento non sa cosa fare. Le prende una mano e la stringe forte, poi se ne vergogna e la lascia andare. L'unica voce che rompe il silenzio è lo scalpiccio dei ragazzi che si preparano per tuffarsi a caccia di perle. Aspettano solo che si alzi la luna. 
Questione di attimi e una luce fredda e precisa ha già illuminato il mare, la sabbia, le mangrovie, i muri di madrepora, il molo, il volto teso di Taherè. 
E le idee di Tedros, che vuole ad ogni costo far sorridere ancora quegli occhi, perché occhi così verdi non ne ha visti mai: "C'è solo una cosa da fare", afferma deciso. Taherè lo fissa in silenzio.
"Semplice - prosegue lui  ritrovando tutte le sue arie da saltimbanco - tu cominci a leggere, io ti tengo stretta vicino a me e non ti lascio fino a che non avrai terminato, così nulla ti potrà far paura...Se tu mi permetti di abbracciarti, naturalmente!" Lo sguardo interdetto di Taherè si scioglie in un accenno di sorriso. Sussurra: "Grazie". Poi si fa più vicina al suo compagno, che le passa un braccio dietro alle spalle, e apre lo scartafaccio di fogli che tiene in grembo. 
Comincia a leggere, le trema la voce ma sappiamo che andrà fino in fondo: "Figlia mia, se avessi saputo che eri femmina, non ti avrei mai abbandonata. Se l'avessi saputo, e fossi rimasta con tuo padre e con te, noi tre insieme saremmo forse riusciti a sconfiggere la maledizione che colpisce tutte le Humay...(continua) 


  

22 aprile 2010

Intermezzo. Storia di Taherè - 2


Taheré, che prima di allora non era mai uscita da Tarso, arrivata a Massawa si ritrova in un universo nuovo, risonante di cento lingue diverse. Un universo di volti e occhi, soprattutto occhi. Occhi neri persiani e occhi azzurri circassi, occhi di mercante e occhi di camallo, occhi rotondi o socchiusi, morbidi d'oppio o freddi di paura. Decide che vuole imparare a conoscere le storie di quegli occhi. Ne segue le tracce per giorni e giorni, imparando a trasformarle in racconti, per fermarle prima che svaniscano come l'aroma di incenso e caffè che sale dai vicoli, prima di sera.
È talmente presa nella rete di storie di cui si sta impadronendo, che non si accorge della malattia che ha colpito il padre. Fino al giorno in cui, aprendo la porta della sua stanza per salutarlo prima di uscire, come fa ogni mattina, si accorge che il vecchio cantastorie respira a fatica. La sua voce è quasi un rantolo: "Avvicinati figliola, siediti e ascolta. Non potrò parlare a lungo". "Taci, padre, ti prego, non ti sforzare. Vado a cercare un medico". "No, resta qui, il medico non serve più ormai. Bisogna che io ti dica una cosa e tu devi capire e ricordare".
Taherè si siede sul bordo del letto, prende tra le sue una mano del vecchio, fredda e leggera come una foglia d'autunno: "Sono qui, ti ascolto".
"Questa è una storia che non ti ho mai raccontato. Quando incontrai tua madre non sapevo nulla di lei se non che si chiamava Humay e che era di origine egiziana. Io allora mi chiamavo Bahman ed ero, come sono, di origine persiana. Quando poi lei mi lasciò volli cancellare il mio nome ed essere ricordato solo come il padre di Taherè. Perché questo è ciò che diventai, quando tua madre dopo averti partorito non volle nemmeno vederti e se ne andò, scomparendo senza lasciare alcuna traccia. Da quel momento non ebbi più notizie di lei, per dieci anni. Poi un giorno giunse a Tarso un giovane, la nave su cui aveva viaggiato veniva dall'isola di Candia. Mi cercò per consegnarmi un manoscritto e un messaggio da parte di Humay, che diceva: - Ho saputo che il frutto del nostro amore era femmina solo quando ormai era troppo tardi per contrastare il fato che impone ad ogni Humay di abbandonare il proprio figlio. Avessi potuto saperlo prima non ti avrei mai lasciato e forse insieme, e con nostra figlia, avremmo potuto spezzare la catena dell'abbandono. Ma quanto è accaduto era scritto con un inchiostro che non poteva essere cancellato. Non tutto è perduto, però. Consegna a Taherè, ti prego, il messaggio che ho scritto per lei e insegnale ad interpretarlo: se ha ereditato la tua costanza e il mio coraggio, forse riuscirà a spezzare la maledizione che ci opprime - Ecco il messaggio di tua madre, figlia mia, te lo consegno ma non potrò spiegartelo, perché il mio tempo è finito".
Taherè ha avvicinato l'orecchio alla bocca del padre, comprende a stento quella voce che va sparendo: "Va' ora, lasciami solo. Appartengo ad una stirpe di guerrieri, anche se ho vissuto la vita di un cantastorie, e i guerrieri devono morire soli. Vattene subito, ti prego, e ogni volta che ti guarderai ad uno specchio, ricorda che hai il volto di tua madre, bello come la luna piena". Taherè esce dalla stanza, senza voltarsi indietro.
Quando la rivediamo è seduta sul molo della piccola moschea dell'Isola Verde. Ha un rotolo di carte in mano, che ha appena finito di leggere. Poco lontano, un pescatore. La guarda, vorrebbe accostarsi ma gli sembra inavvicinabile.

29 marzo 2010

Storia di Humay Bahrnegassì - 2

Storia di Humay Bahrnegassì - 2
Andando oltre il ponte che congiunge Taulud all'isola di Massawa, Humay e Bahman si dirigono verso destra. Superano l'edificio ormai abbandonato del vecchio Lido e si fermano sul molo vicino al cinema all'aperto, che è in disuso da anni. Sarebbe bello sedersi ad un tavolino nella piazzetta e mangiare i gamberoni fritti di Tedros, come una volta, prima del coprifuoco. Anche la guerra ha una sua allegria, quando si è giovani e si può dividere una lattina di birra e una sigaretta con i piedi a penzoloni sull'acqua. Basterebbe solo il suono dei tamburi, che non ha paura del buio.
Il fatto  è che Humay e Bahman non riescono ad essere allegri.
La mattina, partendo da Asmara, Bahman ha comunicato a Humay la sua decisione di ritornare in Iran. Non tra un anno o tra un mese o tra una settimana. Quella notte stessa. Un sambuco lo avrebbe portato fino alle coste dello Yemen e da lì avrebbe raggiunto in qualche modo Bandar-e Abbas e poi Teheran.
"Quando sono arrivato qui ero libero, pensavo solo alle antiche storie delle migrazioni di persiani  verso  la terra degli Habeshà - le aveva detto - Cercando le loro tracce ho imparato ad amare questo Paese. Poi ti ho conosciuto, ho amato te e la tua rivoluzione, la vostra rivoluzione, ho combattuto con voi. Adesso devo andare a combattere per la mia gente". Qualche giorno prima era arrivata in Eritrea la notizia delle proteste contro il regime dello Shah, esplose a Teheran e in altre città dell'Iran.
In un primo momento Humay non ha detto nulla. Poi, lungo il cammino, ha lasciato che dentro di lei si facesse largo la rabbia, augurandosi quasi che potesse aiutarla a trasformare in odio tutto l'amore e il dolore che provava. Strada facendo, è quasi arrivata a convincersi che Bahman sia uguale a tutti gli altri, e che la stia abbandonando come tutto il mondo aveva abbandonato l'Eritrea. Ha ripetuto a sé stessa che lei, Humay, e il suo Paese non avevano bisogno di nessuno, ce l'avrebbero fatta da soli.
Ora che sono seduti vicini sul molo, Humay sa che la solitudine la colpirà come una coltellata. 
Ha venticinque anni. Sul suo volto ovale, sulla fronte ampia, si leggono radici antiche, egizie o sabee, in qualche modo regali. Non pensa nemmeno per un istante che potrebbe chiedere a Bahman di portarla con sé. 
Uno sciabordio annuncia l'arrivo del sambuco, si sentono le voci sommesse dell'equipaggio. L'imbarco avviene velocemente. Così velocemente che Humay non ricorda nemmeno se lei e Bahman si sono salutati, se si sono scambiati un ultimo bacio.
"Al diavolo", pensa. Raccoglie le sue cose e fa per andarsene, poi si ferma, si gira ancora un volta verso il mare nero della notte che ha inghiottito il sambuco, e grida al nulla: "Sono incinta di te, Bahman, e tu non vedrai mai tuo figlio!"
Se ne va definitivamenre. 
In settembre arrivò a Keren, dove Humay era stata nominata responsabile di zona, la notizia che Bahman - insieme ad altri 430 iraniani - era morto nell'incendio del cinema Rex di Abadan, organizzato dalla Savak, la  polizia segreta dello Shah. 
In ottobre nacque il figlio di Humay. Fu chiamato Darab e non conobbe sua madre fino all'età di quindici anni.
Lui non sa, come non sanno sua madre e Humay Pishdādiān e suo figlio Dariush, che stanno vivendo la maledizione che colpisce tutte le Humay. 
Eppure è tutto scritto nel libro di Taherè.